LEOPARDI
E
IL “LIMITAR DELLA GIOVENTÙ”
DI GIUSEPPE OLIVI

 

 

«Una storia [quella del giovane naturalista chioggiotto Giuseppe Olivi, morto di tisi all’età di ventisei anni il 24 agosto 1795] che avrebbe potuto suscitare il commosso interesse di Giacomo Leopardi. Com’è noto egli dedicò opere e progetti di opere alla meditazione sulla giovinezza brutalmente troncata: si pensi solo a A Silvia. E la storia di Giuseppe – che pare non sia presente nella biblioteca di casa Leopardi – poté conoscerla, dato che l’Elogio dell’Olivi – non tutte le sezioni del libretto, ma solo, in collocazioni distinte, il testo vero e proprio (vol. XXIX, pp. 167-228), la dedicatoria (vol. XXXIX, pp. 273-276), e le iscrizioni latine (vol. XXXIII, pp. 402-403) – venne inserito fra le Opere di Cesarotti (1800-1813) pubblicate parte a Pisa, parte poi a Firenze e parte infine ancora a Pisa, seguendo le varie fasi dell’intrapresa editoriale di quel Giovanni Rosini – quello dei sonetti pisani di Foscolo; e per brevità taceremo qui dei suoi fitti rapporti con l’ambiente veneto risalenti a ben prima della morte di Olivi... – che divenne amico di Leopardi nel suo soggiorno pisano, in cui tra l’altro A Silvia venne alla luce. E per giunta siamo certi che un volume di quelle Opere, quello delle Poesie originali (XXXII) l’ebbe in mano per il lavoro della Crestomazia della prosa, in cui se ne giovò: ma non pare irragionevole presumere che presso Rosini vi fosse anche la copia della prima edizione dell’Elogio, quello che Cesarotti gli inviò per la composizione tipografica (cfr. OMC XXXIX, pp. 167 e 169). Azzarderemo qui che conobbe la storia di Giuseppe, che lesse l’Elogio?  Vengono in mente dettagli in cui il poeta di A Silvia non poteva non riconoscersi: la malattia, la ‘complessione’ fragile, e, quasi di conseguenza, la profonda sensibilità, cui Cesarotti accenna: “Quella sottilissima tessitura organica che rese il nostro Olivi così agile a rispondere ai minimi tocchi del vero, così squisito a cogliere le tinte del bello le più sfuggevoli, quella che lo dispose a gentilezza, a docilità, a mansuetudine, la stessa fu che quanto aggiunse di finezza alla sua costituzione spirituale, tanto venne a scemare di solidità e di resistenza alla fisica” (Elogio, p. 5). Può “ai minimi tocchi del vero”, in questo ben definito contesto, e persino pur nella chiara diversità di significato, aver prodotto la suggestione di “all’apparir del vero”, posto in chiusura proprio di A Silvia (magari richiamando e rimodellando in ben altra maniera l’infelice “al primo avviso del pericolo” di p. 42)? Il “limitar della gioventù” (cfr. il leopardiano “il limitare / di gioventù salivi”) di qualche pagina dopo (p. 13) – e forse anche il finale “Quante speranze deluse! quante sospirose memorie!” (“che speranze, che cori”) – potrebbe, per quanto tenue, costituirne una conferma; in particolare dopo aver notato che l’uso figurato di “limitare” (spesso variato con “soglia”) in rapporto alle fasi della vita, frequente nella lingua letteraria italiana forse sulla scorta di un uso per lo più greco, pare essere riferito esclusivamente alla vecchiaia o alla morte (il più famoso limitare prima di A Silvia è certo il “limitar di Dite” – dunque della morte appunto – dei Sepolcri di Foscolo; ma si veda lo stesso Leopardi, con la variante consueta, e a proposito della vecchiaia: Pass. sol., 50-51: “di vecchiezza / la detestata soglia”). Ignoriamo se Cesarotti si rifaccia a un modello per quell’espressione: secondo noi è un suo felicissimo conio (una sinestesia dal punto di vista dell’uso), che non sfugge in tutta la sua geniale intensità all’occhio di Leopardi: Giuseppe, Silvia non ebbero “vecchiezza”. Un’ulteriore postilla, dunque, al celebre canto leopardiano. Senza che ciò assurga necessariamente ad argomento, infine, potrebbe essere notata anche una sia pur eventualmente inconsapevole assonanza, quasi un compiuto anagramma, tra ‘Olivi’ e ‘Silvia’ (quelli che fanno gran caso a queste cose notano che il suono ‘vi’ occorre diciotto volte nel componimento: ora toccherà loro notare la ben maggiore evidenza delle rime in -ivi: “fuggitivi”, “salivi”, “schivi”, “festivi” e, toccante al nostro riguardo, “perivi”. Tralascio le assonanze, ma almeno “solevi” va notata). Ulteriormente interessante se si considera l’ancor più sovrapponibile Silvio Sarno degli abbozzi di romanzo autobiografico giovanile (posto il quale bisognerebbe anticipare la data dell’incontro di Leopardi con l’Elogio – ma occorre riconoscere che il suo successo fu davvero rilevante, come potremo dire in altra occasione anche riguardo alle ragioni e alle conseguenze, che già qui si intravedono), oppure il Giulio (Giuseppe Olivi? così non mi crederà più nessuno) Rivalta, altro protagonista di tentativi autobiografici leopardiani (Livio, tra l’altro, era il nome ingenuamente anagrammato assunto da Olivi in una sua ode presente nell’Elogio, p. 137). Questi ultimi rilievi però potranno eventualmente divenire seria acquisizione dopo ulteriori indagini sulle effettive letture recanatesi del poeta. Lo stanno diventando ora in una nostra nota in preparazione. Dell’Elogio dovremo parlare ancora».

C. PERINI, Il canto dell’amico perduto. Della genesi dei Sepolcri, e di altre incognite foscoliane, Chioggia, Accademietta, 2005, p. 25 ss., n. 27.

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