______________________________"Osservatore romano", 4-5 luglio 2005___________________________

 

 

 

 

di Franco Lanza

Dopo diversi decenni di relativo silenzio, la filologia foscoliana si è ridestata. Intendo per filologia l'indagine sul personaggio e sulla scrittura, perché esiste anche un tema di pregnante interesse, quello del Foscolo filologo.
Ma per limitarci allo studio de vitae rebus et poeseos, è da salutare con sincero compiacimento che dopo i magistrali interventi di Maria Antonietta Terzoli intorno alla genesi dell'Ortis, altri giovani interpreti si siano messi sulla medesima scia rivangando carteggi ed ipotesi, sovrapposizioni biografiche e riscritture di poesia e fornendo così gli strumenti indispensabili ad un complesso ripensamento del protoromanticismo foscoliano.
Uno di questi è il volumetto di Claudio Perini Il canto dell'amico perduto (ed. Accademietta, Chioggia 2005, pp. 112, sip) che partendo da una fonte finora malnota o trascurata del sonetto a Zacinto «Né più mai toccherò le sacre sponde» cioè il Cantico di re Ezechia, il «re buono» di Israele che ottenne da Dio di vivere tre lustri più di quanto gli era prescritto, e ne ricavò soltanto un'amarezza immedicabile, ricostruisce quell'aspettazione della morte, contestualizzata da riferimenti molteplici, ch'è il leit motiv del Foscolo nei suoi primi anni veneziani.
Nel Piano di studi del 1796 il poeta accenna appunto ad una versione del cantico suddetto, opera di Giuseppe Olivi da Chioggia, botanico e naturalista insigne nell'università patavina, che si spense per tisi circa due anni dopo aver conosciuto Ugo.
Dice quel cantico per bocca di Ezechia: «lo non vedrò / nel Tempio tra i viventi / il mio Signore / né il caro popol mio vedrò più mai». La sintassi di un futuro al negativo e la doppia negazione avverbiale né più mai si sarebbero dunque proiettate nell'incipit del sonetto famoso, tanto più che il Foscolo, letto l'elogio che il Cesarotti aveva pubblicato di Giuseppe Olivi (con un'antologia di testi lirici dello stesso, amico perduto e dolce amico: anche per quest'analogia epitetica il suo ruolo è intercambiabile col Pindemonte) fu sinceramente colpito da quel lutto e in una lettera al fratello di lui Tommaso, cui seguì un'immediata visita a Chioggia, promise di elaborare lui stesso, sulle orme del comune maestro, un Elogio poetico o qualcosa di simile in memoria del defunto.
Cosa che poi non fece, premuto da altre urgenze pratiche, pur discorrendone a lungo con Tommaso. Il Perini ha valutato e combinato tutti i tasselli che concorrono alla ricerca su quell'episodio, dalla corrispondenza col Cesarotti a quella con le gentildonne Isabella Teotochi Albrizzi e Giustina Renier Michiel, dagli intrecci testimoniali esterni (Spallanzani, Bertola, Costa, Bartholdy, Vianelli) a quelli interni, cioè le premesse emozionali al fiore di giovinezza estinto (Gray, Catullo, Amaritte); né ha trascurato, nella genesi del primo Ortis, la notizia della morte dello studente friulano di quel nome, suicida con due coltellate al petto, il 23 marzo di quel medesimo 1796.
Null'altro che il nome, Girolamo Ortis, è rimasto di quell'infelice nella complessa stratigrafia del romanzo. Ma ben di più è rimasto nel cuore e nella memoria del Foscolo, motivando la genesi storica ed eroica dei Sepolcri. Giuseppe Olivi, che ha le stesse iniziali del suicida, ha ben maggiori titoli per muovere la pietà foscoliana.
Ho parlato più sopra di aspettazione della morte, che è stilema leopardiano insieme con appressamento: ma era appunto inevitabile, in tale contesto di echi e rimbalzi, anticipazioni e prosecuzioni che il Perini facesse del limitar di Dite un annuncio del limitare di gioventù di Silvia, e sfiorasse arditamente l'anagramma o ipogramma con Olivi. Ha forse la carità del natìo loco gravato sulla mano del critico nell'accentuare tra i corrispondenti di Ugo la presenza dello scienziato-poeta chioggiotto?
È probabile, ma è ancora più certo che nell'intelligenza complessiva della formazione foscoliana (e nel momento esplosivo della sua precocità: non dimentichiamo che quando Melchiorre Cesarotti compone l'epicedio oliviano, il suo alunno dagli occhi d'aquila ed ai capelli di fuoco ha appena diciassett'anni!) il rimpianto della giovinezza stroncata dalla morte è fondamentale, e si rifrange in occasioni biografiche ed autobiografiche, d'immaginazione e di cronaca, diverse e convergenti. «Così componeva il Foscolo: vita e letteratura, libri e uomini insieme, in una specie di polisemia rovesciata: una molteplicità di contesti e di memorie che concorre alla formazione della parola destinata a rimanere, e a portare in sé gli echi anche di quelle esperienze e di quelle memorie. Perciò quando ci accingiamo a rinvenire le fonti del testo foscoliano non facciamo che dare, pur povera e necessariamente parziale, veste esplicita a una volontà poetica; e in questo caso, come probabilmente in moltissimi altri (...) oltre che una semplice operazione ermeneutica, non compiamo, sul suo invito, altro che un atto di pietà».
Su tale pietà non è possibile dissentire. Che poi anche quest'atto si disperda nella letteratura lacrimosa delle novelle in versi e, generalmente, nel patetismo della prima generazione romantica, è nelle fatali congiunture delle lettere d'ogni tempo.
Ma al di là di quest'ingorgo, e all'interno di esso, matura già un forte e vivo e vigile imperativo della coscienza. «lo nacqui veneziano, io morirò italiano»: lo sviluppo di Foscolo si chiama Nievo, e passerà dall'idealismo eroico è furente alla decantazione umile e quotidiana di questo, mediata dall'aspro e doloroso mestiere di vivere.
La ricerca della patria implica la durata degli affetti, dove domina la presenza materna tanto che nell'unica lettera superstite di Ugo a casa Olivi, il poeta chiede notizie della madre: che probabilmente non conosceva. La famiglia che mai non ebbe, si disegna perfino nell'Ortis in un immaginario nido borghese di bimbi (suoi o di Teresa) che giochino tranquilli ed immemori in una natura consenziente.
Più tardi l'avrebbe avuta una famiglia, sia pur incompleta, in Inghilterra, quando vi avrebbe ritrovata la figlia Floriana; e prima di giungervi avrebbe progettato addirittura un ritorno a Zante, in compagnia non già della semigreca Isabella Albrizzi né con la semidea Isabella Roncioni (entrambe lontane dal suo orizzonte, non meno di Laura e di Teresa) bensì con Quirina la Donna gentile, la sola che avrebbe voluto seguirlo nell'esilio.
Il vate dei Sepolcri non aveva certo dimenticato le «egregie cose» e le «urne dei forti», ma aveva allontanato il punta di vista delle une come delle altre per avvicinare sempre più l'eredità d'affetti. E anche questa superstite pietà aveva avvolto d'un sorriso tra ironico e disincantato, che non negava certo le passioni né la loro forza fascinatrice ma le ricomponeva in un mistero non ancora chiarito ma bello, armonioso, fecondo. La poesia del Foscolo ha in sé tutto il passato che redime nella memoria e tutto il futuro che fermenta nell'attesa.

 

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