_________________________"Il mattino di Padova", 9 agosto 2006________________

 

 

 

di Nicolò Menniti-Ippolito

Ricostruire la storia della letteratura attraverso il pettegolezzo biografico può anche sembrare futile. In fondo quello che conta sono le opere. Tuttavia se la discussione sulle rilevanza dei dati biografici per comprendere i testi e da sempre aperta un motivo c'e, ed è da ricercare nella impossibilità che il buon senso trova nel separare l'uomo dal poeta. Ecco allora che anche piccole scoperte biografiche qualcosa di nuovo possono dire, pure su autori ormai largamente storicizzati come Foscolo.
In questa logica Claudio Perini, studioso di Chioggia, in due piccoli libri (Il canto dell'amico perduto e Girolamo e Laura) editi da Accademietta, si e intestardito a cercare il nucleo di partenza delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, ed in effetti qualcosa ha trovato. Per esempio una singolare coincidenza di date. Il vero Ortis, Girolamo, studente friulano di stanza a Padova, viene trovato nella stanza del collegio Pratense, vicino a Sant' Antonio, il 29 marzo del 1796 «immerso nel proprio sangue per due ferite le quali si diede egli stesso con un coltellino non si sa per quali cagioni mosso», come scrive Giuseppe Gennari nella sua cronaca della vita padovana tra il 1739 ed il 1800. Ma il giorno prima, il 28 marzo, era stato celebrato in segreto a San Moisè il matrimonio tra Isabella Teotochi, la donna amata da Foscolo, ed il nobile veneziano Giuseppe Albrizzi. Ed ancora tre giorni prima Napoleone Bonaparte aveva preso il comando dell'esercito francese in Italia. Ecco dunque che i tre temi delle Ultime lettere si trovano concentrati in eventi reali nell'arco di una manciata di giorni. Arrivarono queste notizie e simultaneamente a Foscolo?
Claudio Perini e convinto di sì, ed è convinto di conseguenza che questa coincidenza di eventi sia il nucleo fondante dell’opera di Foscolo. Per dimostrarlo è andato a scovare i documenti che attestano il tutto. Non si è accontentato delle poche informazioni su Girolamo Ortis finora note, ma ha provato ad indagarne l'ambiente, scoprendo che forse la sua figura non era così estranea a Foscolo, perché entrambi si muovevano più o meno direttamente intorno alla figura di Cesarotti e sicuramente esistevano persone che conoscevano tanto Ortis quanto Foscolo. Quanto al matrimonio della Teotochi è vero che rimase segreto per circa un anno, e Perini pubblica il documento dell’accordo, ma non per questo bisogna escluderne la conoscenza da parte di Foscolo, che con la Teotochi aveva rapporti profondi. Insomma siamo certo nel campo delle ipotesi, ma gli indizi ci sono, e darebbero una sostanza di realtà personale alla germinazione dell'Ortis.
Ma c'e anche qualcosa in più. Perini ha trovato il documento della sepoltura del vero Ortis. Il giovane suicida fu interrato nella Chiesa di San Lorenzo, oggi scomparsa, che era a ridosso della Tomba di Antenore. Ma poco più in là si trovava il luogo di sepoltura di un altro giovane, questa volta autenticamente amico di Foscolo, l'abate Giuseppe Olivi, promettente naturalista, morto poco più che ventenne, orginario di Chioggia come il fratello Tommaso che resterà a lungo in corrispondenza con Foscolo. Ed anche la figura di Olivi secondo Perini ha avuto un'influenza notevole su Foscolo e sull'Ortis. Vero è che non morì suicida ma per malattia, ma la sua morte precoce colpì molto Foscolo, e non per nulla Jacopo Ortis è un appassionato naturalista, sia pure dilettante, e gira per i colli con passione catalogatrice come dimostra il riferimento a Linneo. Anche come date ci siamo. Perché sappiamo che sempre nel 1796, poco dopo gli eventi della fine di marzo, uscì un volumetto in cui Cesarotti ricordava la figura di Giuseppe Olivi e sappiamo anche da una lettera, che Foscolo lo stava leggendo quello stesso anno alla Ceriola, ai piedi degli Euganei, dove si era rifugiato.
Ma per chi volesse una prova in più, Perini porta a testimonianza un verso famoso: «Ne più mai toccherò le sacre sponde», l'inizio di A Zacinto. Verso anomalo, che per lo studioso di Chioggia deriva, con buona evidenza, proprio da un verso di Giuseppe Olivi, pubblicato nel volumetto di Cesarotti, e traduzione del Cantico di Ezechia: «Né il caro popol vedrò più mai». Tutto a dimostrazione di un legame profondo di Foscolo con l'ambiente veneto, con la cronaca dei suoi giomi, con gli eventi privati degli amici, con un tessuto di relazioni da cui emerge, non isolata, la sua personalità.

 

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