(allestimento provvisorio)

 

Il testo che qui vede la luce della stampa alla vigilia dei duecento anni dalla sua stesura, si impone di diritto, non senza meraviglia da parte di chi lo rilevi, come lo studio erudito più completo e documentato fra quelli riguardanti la cattedrale di Chioggia.

Le fonti consultate dall'autore, provenienti dagli archivi civili e soprattutto ecclesiastici clodiensi — talmente trascurate negli anni a venire che di alcune non è nemmeno dato di sapere se siano ancora disponibili —, forniscono un quadro di informazioni che non è stato più tentato con simile ampiezza, e al quale gli studi successivi hanno attinto solo occasionalmente e in modo frammentario.

Se poi alle fonti si aggiungano le notizie di prima mano da parte dell'autore, canonico (poi canonico onorario) della cattedrale stessa, vissuto in anni drammatici e fitti di sconvolgimenti come quelli che vanno dall'ultimo quarto di secolo della Serenissima alla seconda dominazione austriaca inoltrata, allora la Cattedrale diviene per quel periodo essa stessa fonte.

Che infine sulla facciata del duomo, sopra il grande portale, vi fosse un leone marciano 'sedente', distrutto nel 1797, e in seguito rimpiazzato da quello tardoquattrocentesco che ancora si vede, fino ad allora murato sulla facciata dell'episcopio;
che il vescovo Francesco Grassi volesse il proprio monumento funebre sopra la tribuna in presbiterio (alla sua morte sembrò in effetti troppo, e fu murato nella parete sud);
che il 'tabernacolo' degli oli santi nella cappella del Santissimo sia opera di Alvise Cattaiapietra, l'autore del battistero;
che l'indoratura della statua lignea dell'Assunta sia opera di Andrea Carriera, bisavolo della famosa pittrice;
che lo stesso Ravagnan congetturi la paternità longheniana dell'altare dei Santi, ciò che dopo più di un secolo trovò riscontro in prove documentarie
equivale a prendere alla rinfusa solo alcune delle notizie sconosciute di cui il Ravagnan si fa attento e generoso dispensatore.

 

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