LETTERA APERTA AD ALESSANDRA CHE SI CONSACRA

 

Cara Alessandra,

anche se non ti conosco personalmente, permettimi di rallegrarmi con te per la tua scelta. Il dono completo di sé costituisce la massima realizzazione di una persona e perciò la fonte più grande della sua gioia. E intenderlo è dono.

All’inizio del tuo “cammino di discernimento”, e soprattutto “di accompagnamento”, vorrei condividere con te alcune considerazioni riguardanti la “nostra Chiesa locale”,  alla “missione salvifica” della quale tu offrirai la tua “collaborazione responsabile e generosa”.

Leggo che chiederai di poter avviare il tuo cammino di vocazione nelle mani di Adriano, vescovo della chiesa di Chioggia. E che ad accompagnarti nel tuo percorso ci saranno in particolare don Cesare Mucciardi, “monaco diocesano di città”, e don Damiano Vianello, tuo direttore spirituale.

Mi spinge a scriverti il fatto che costoro sono, in misura diversa e soprattutto insieme con molti altri confratelli, gli esecutori di una sentenza di condanna che la chiesa in senso lato locale  ha nascostamente emesso dieci anni anni fa nei miei confronti, con l’imprimatur del vescovo Daniel, senza apparente possibilità di remissione.

Lo sanno tutti in città, ma si può dire in due parole. Uomo qualsiasi, m’imbattei in loro sulla strada tra Gerusalemme e Gerico. Mi percossero e mi derubarono, e nemmeno loro s’aspettavano di trovarsi fra le mani un bottino così consistente. Un’onesta ricchezza per me ragione di gioia, per loro un mezzo per ottenere insperato successo e prestigio, oltre che immeritato, agli occhi del mondo. Nello sfruttamento del mio tesoro furono coinvolti anche gli amministratori locali, che videro nell’operazione, a prescindere dal colore politico, una buona fonte anche di consenso (chi in questi giorni si candida a sindaco ne è ben al corrente).

Ma mi lasciarono in vita, se così si può dire. E siccome non erano persone ‘qualsiasi’, e si avvalevano di una ufficiale rispettabilità, che implicava indegnamente anche le cose sacre, le mie continue parole di denuncia contro di loro sono state e sono temute. E perciò nascoste. E la mia persona condannata alla persecuzione. Uno stalking (centinaia i militanti coinvolti, di tutte le aggregazioni cattoliche e di tutti i partiti) che dura da sei anni, dalla comparsa di un mio libro.

Cara Alessandra, sarebbe troppo facile chiedersi se costoro, da allora certosinamente attenti a non far trapelare nulla dell’accaduto (almeno pubblicamente, perché in privato ne ridono della grossa) siano degni di vegliare sul tuo cammino. Ti chiedo piuttosto, se mi posso permettere e se credi, di essere luce anche per loro, di essere occasione di contraddizione per la loro indegnità, ventata di freschezza per l’aria mortifera che forse si sono convinti di avere sempre respirato e dalla quale non sanno liberarsi.

Dopo dieci anni, specie dopo gli ultimi cinque, è difficile per me sperare ancora contro ogni speranza. Perciò affido a te che non conosco, ma che il soffio dello Spirito rende a me felicemente inconfondibile, di ricordare a queste povere persone la stessa gioia che provarono quando per la prima volta la Grazia si espresse in loro in forma di chiamata. E di ricondurli al bene.


                                                                                                   C.

 

P. S.                Sarebbe ingrato e ingiusto non aggiungere che per quella strada passò un buon samaritano. Anzi ne passarono due, e se a volte ciò che era successo risultava incredibile anche a loro, avversati persino da figli nuore nipoti (che in seguito risultarono conniventi) mi raccolsero e mi curarono solo per amore. Tu mi capisci.

 

 

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